Elsa Dorfman, la poesia del quotidiano in una gigantesca polaroid

“Il negozio di Gordon era come un barlume di ragione. C’erano così tante persone per tutto il giorno e tutti si conoscevano. Lì ci sono io, seduta sul divano…cosa era più facile che scattare foto?”

Elsa Dorfman è una ragazzina quando, appena laureata, fa un colloquio alla Grove Press, la casa editrice che ruota intorno alla scena Beat dell’epoca. Viene assunta con la mansione di addetta alla fotocopiatrice nella sede principale, al centro esatto di Manhattan, dove gli scrittori possono andare a fotocopiare i propri manoscritti.

Un giorno alla fotocopiatrice arriva Allen Ginsberg, che le chiede anche dov’è il bagno.

Potrebbe cominciare così la storia di Elsa, del suo modo quotidiano di intendere la fotografia e dei ritratti che ha scattato praticamente a tutta la Beat Generation, da Lawrence Ferlinghetti ad Allen Ginsberg fino a Gregory Corso, ma anche delle foto a Bob Dylan, Peter Orlovsky, Gary Snyder, Joni Mitchell, Jorge Luis Borges, Steven Tyler.

Ma la vita, come sempre, fa dei giri enormi, per poi farci tornare: Elsa in quegli anni a New York non ha idea di come si scatti una fotografia e scappa quasi subito, perché non si sente a suo agio con una città che negli anni ’60 sta scoprendo la sua vena più trasgressiva e anticonformista. Così, torna a vivere dai genitori, insegna per qualche anno alla scuola elementare a Concord, nel Massachussets, finché il papà di uno dei bambini della classe la prende da parte e le sussurra: “Questo posto non fa per lei”.

È nel programma di scienze istituito dal Massachussets Institute of Technology che Elsa prende per la prima volta in mano una macchina fotografica: ha 28 anni ed è destinata a diventare una delle migliori fotografe ritrattiste al mondo.

Il suo lavoro più importante è Elsa’s Housebook – A Woman’s Photojournal, il diario fotografico che raccoglie istantanee di amici e familiari che vennero a farle visita tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, quando viveva a Cambridge. È un libro traboccante di personaggi, di frigoriferi bombati, sedie, divani, qualche gesso alla gamba, telefoni e fiori, insomma: oggetti e relazioni (stra)ordinarie, immortalati da Elsa nel modo più quotidiano possibile.

Negli anni ’80 Elsa si innamora di una macchina fotografica che lei stessa definisce “eroica”, una polaroid formato dinosauro, che stampa fotografie giganti di 50×60 cm. Proprio con questo enorme apparecchio continuerà a scattare fino a quando la Polaroid esaurirà la pellicola a disposizione, per poi cessare la produzione nel 2008.

Ha ritratto soggetti di età compresa tra 14 giorni e 94 anni tra cui quattro spose, sei donne in gravidanza, cinque set di gemelli identici, tre triplette di gemelli, sette clown, un travestito, cinque stelle del rock and roll, due vincitori del premio Pulitzer, otto persone che sapevano di essere vicine alla morte e una coppia che celebrava il loro settantesimo anniversario di matrimonio.

Di Elsa Dorfman amo il modo di intendere la fotografia, da un lato come un atto divino, ma allo stesso tempo un gesto naturale, che accetta l’imperfezione della realtà come ordinaria bellezza.
Mi piace il modo in cui ignora quella sofferenza forzata, che sembra debba necessariamente accompagnare il lavoro e l’esistenza di ogni artista. Elsa non pensa mai che il suo lavoro debba per forza comportarle tormento, anzi dice di se stessa e della sua fotografia: “Ho questa idea errata, ma terapeutica: il mio ruolo nell’universo è quello di far sentire meglio le persone.”  
Amo la pacatezza quando racconta, mi sembra rifletta il suo stare al mondo, accettando il modo in cui nella sua vita le cose sono semplicemente accadute, una dopo l’altra, inevitabili e imprevedibili.

Quando la sento parlare o guardo le sue foto, penso sempre che un giorno, forse, troverò il suo libro-diario fotografico nella bancarella dimenticata di un mercato delle pulci qualsiasi, in una città straniera.

Per conoscerla meglio:

  • The B-Side, il film che racconta la sua vita e il suo lavoro è su Netflix
  • Il suo sito, che raccoglie gran parte delle fotografie che ha scattato e molte riflessioni.

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